Omaggio per il 40° anniversario degli Amici del Loggione

4 marzo 2013

Il mio ricordo più forte è quando i miei genitori mi hanno portato alla Scala per la prima volta: era il 1948 e avevo 12 anni. Sono entrato nel Loggione, ho guardato dall’alto il teatro e ho avuto subito una forte commozione. Mi ha comunicato immediatamente il calore e l’odore della musica, ho percepito l’aura del passato. Non è uno scherzo pensare che da lì siano passati Verdi, Rossini…”

Per l’amicizia fraterna che ci lega a Gli Amici del Loggione, in occasione del 40° anno, Anna Crespi, Presidente degli Amici della Scala, ha intervistato il loro Presidente Gino Vezzini.

Come definirebbe il loggionista?

Il loggionista deve essere in grado di capire e apprezzare l’opera nella sua trasformazione studiando in particolar modo il suo sviluppo in questi ultimi anni e prendendo atto del cambiamento registico.

Qual è la più grande passione degli Amici del Loggione?

È il canto inteso non solamente come l’emissione di una nota, di un suono, ma è una cosa complessa: è la partecipazione con la voce a quanto c’è scritto nel testo teatrale.

Può descriverci alcuni dei compiti della vostra associazione?

Uno dei nostri compiti istituzionali è aumentare il numero di spettatori, pretendere la qualità. Organizziamo molte iniziative a beneficio del pubblico più giovane, non solo verso l’opera lirica. Il nostro panorama di attenzione e di critica è dilatato verso le forme musicali che sono anche la sinfonica e da camera, il balletto.

Quali sono le iniziative per il pubblico più giovane?

Nell’ambito della nostra programmazione abbiamo diverse iniziative, che vanno dal concerto dedicato ai giovani a incontri specifici e mirati, soprattutto sulla Storia della Scala, che non molti conoscono.

Riuscite a coinvolgere anche le scuole?

Abbiamo fatto iniziative con le scuole, ma è canale di difficile gestione.

Che tipo di incontri organizzate?

Organizziamo incontri con musicologi, cantanti, rivolti in modo particolare i ragazzi delle scuole medie. Sono utili e producono effetti positivi soprattutto quando c’è l’incontro con gli artisti e con gli operatori; le domande che rivolgono dimostrano il loro interesse e la visione totale del loro rapporto con la musica.

Organizzate anche concerti con i più giovani?

Sabato 19 gennaio abbiamo fatto un concerto con 11 giovani strumentisti. Ogni anno organizziamo circa 2 o 3 concerti, dove ospitiamo una decina di ragazzi dai 7 ai 14 anni che sono già strumentisti eccellenti e alcuni hanno già vinto concorsi. Il pubblico che trovano non è solo quello composto dai loro parenti e amici, ma è costituito anche dal pubblico degli Amici del Loggione e la sala è sempre gremita. Ogni 15 giorni, poi, organizziamo concerti con i giovani appena diplomati al Conservatorio, che hanno già vinto qualche premio e sono protagonisti eccellenti.

Dove si tengono i concerti e gli incontri?

Nella nostra sede, che da sempre si trova in via Silvio Pellico, dove abbiamo a disposizione 150 posti e un eccellente pianoforte.

I giovani che partecipano ai vostri incontri poi si iscrivono alla vostra

Il 10/15% dei nostri associati sono giovani: si tratta di 150/160 giovani fino ai 35 anni.

A quali attività preferiscono partecipare i vostri soci?

L’incontro con l’interprete, sia esso regista o cantante o direttore d’orchestra, coinvolge la più ampia fascia di associati. Il nostro pubblico è assimilabile a più fasce di interesse: c’è chi viene solo quando si parla di ballo, tutti.

Il “Loggione” ha alle spalle una storia forte: ci sono scrittori, intellettuali, melomani che preferivano ascoltare dal loggione per l’atmosfera. Qual é il rapporto del loggione con il teatro?

Il Loggione è costituito dalle ultime due gallerie. Fin da quando la Scala è nata nel 1778, era frequentato dai primi spettatori a pagamento: il Loggione costa meno, ma si è sempre pagato per “raggiungerlo”. La gente che aveva la passione andava e va a vedere anche più volte uno spettacolo nella medesima esecuzione. Il Loggione è il punto alto, dove si vede poco ma si sente bene. In seguito agli interventi di adeguamento alle norme di sicurezza della sala il Loggione scaligero ha solo posti a sedere, prima, invece, la capienza era tre volte rispetto a ora e si stava ammassati in piedi. C’era una unione fisica socialmente interessante e un continuo scambio di idee, fin dal momento in cui si faceva la fila per prendere i biglietti.

Come é nata l’idea di creare l’associazione degli “Amici del Loggione”?

Il Loggione crea una situazione di comunità, dà origine a uno stato d’animo e a un modo di vivere l’opera dal punto di vista sentimentale. Paolo Grassi, il nostro mentore, quando era sovrintendente faceva parte di quelle persone, poche, che arrivavano prima di tutti e se ne andavano dal Teatro per ultime. Quando lasciava il Teatro dopo lo spettacolo, vedeva i gruppetti che discutevano, spesso animatamente, e si univa a loro. È lì che è nata l’idea di dare agli Amici del Loggione una sede fissa. Paolo Grassi ripeteva sempre “la Scala è come un albero dove le radici sono in alto e le fronde sono in basso”.

Come vede gli Amici della Scala rispetto agli Amici del Loggione?

Ognuno ha una sua funzione: vedo gli Amici della Scala come più organici al Teatro. Essi continuano, credo, la tradizione di una presenza fortemente affettiva. Per me l’Associazione Amici del Loggione, invece, non è affatto organica alla Scala: porta, innanzi tutto, molti spettatori alla Scala, che è il nostro Teatro di riferimento, ma li porta a vedere anche spettacoli in altri teatri, in Italia e all’estero. Solo facendo un certo tipo di attività conoscitiva riusciamo ad alzare il livello qualitativo dello spettatore e mantenere attivo l’accredito che ci riconosceva Paolo Grassi: quello di rappresentare “il sale per il nostro lavoro”. Va da sé che la presenza di spettatori colti e reattivi non può che influenzare beneficamente il livello esecutivo. Oggi è sicuramente negativo mantenere l’attenzione fissa su una sola istituzione per quanto importante essa sia, si cade nella ristrettezza di vedute tipiche del provincialismo.

Anche Milano é diventata provinciale?

Milano ha vissuto troppi anni di provincializzazione anche negli spettacoli. Nella nostra città, come per altri settori culturali e non, non si è investito quanto si sarebbe dovuto. Ne ha risentito pesantemente anche la produzione scaligera, paghiamo lo scotto di un allontanamento, soprattutto nelle regie, dalle proposte spesso molto avanzate, e per la verità, anche molto discutibili ma piene di vitalità, prodotte dai teatri non solo tedeschi e inglesi ma anche spagnoli, russi, ecc. Basti osservare quanti pochi sono i giovani registi italiani impegnati nei nostri teatri. Solo in questi ultimi anni si sta notando un rinnovamento di qualche peso.

Voi a Milano siete famosi per gli applausi e i fischi e i fiori che gettate dall’alto. é ancora così?

Un tempo alle rappresentazioni seguivano battute veramente salaci, non poche volte divertenti, ora molto meno. Purtroppo spesso rimangono solo gli insulti, in genere esibiti da parte di pochi facinorosi che si arrogano il diritto di emettere giudizi perentori sulla qualità assoluta dell’interprete (una volta sotto giudizio erano quasi esclusivamente i cantanti, ora sono anche, forse maggiormente, i registi), in una logica, che mi viene da dire talebana, frutto di astratti confronti con il passato non tenendo conto dei cambiamenti, delle realtà del mondo lirico di oggi. Sono cambiate le generazioni, le persone, la comunità loggioniana fatta di presenze fisiche in teatro in questa accezione e comunità di intenti si è certamente modificata rispetto a quella degli anni mitici ma che ormai risalgono a ricordi sovente stereotipati dei pochi testimoni rimasti.

Avete mai avuto delle pressioni dalla Scala per applaudire?

No! Anche se tutti gli interpreti, a loro modo, le fanno “capire”: mi ha sempre stupito la permalosità e la preventiva preoccupazione che molti interpreti-artisti riservano alle critiche eventuali degli spettatori. A parere mio l’artista deve avere e credere nella piena coscienza del suo valore frutto di capacità e originalità. Se vale prima o poi anche, se non soprattutto, lo spettatore esigente lo gratificherà del suo apprezzamento. Noto però una certa tendenza, tutta italiana da parte di bellicosi melomani, a mettere sempre in discussione ogni interpretazione del singolo cantante a prescindere del suo valore storicamente acquisito.

Trova differenze tra i pubblici?

Andando in giro per il mondo si possono osservare le diverse percezioni e reazioni del pubblico. A Vienna, Monaco o Berlino, ad esempio, ho visto applaudire con entusiasmo esecuzioni che qui non sarebbero andate oltre il primo atto. È anche vero che a volte in Italia non si contesta per ragioni scrupolosamente tecnico musicali, ma per questioni di rivalità personali, mi conceda il luogo comune, diciamo di partito.

Che cosa pensa delle contestazioni alle esecuzioni oppure ai cantanti?

Io sono reattivo criticamente ma non un contestatore tout court. Ho una grande considerazione per tutti gli autori, interpreti, operatori del teatro, in particolare per i cantanti e la loro difficoltà di lavoro, ma ci sono cose che mi inducono alla protesta. Quasi superfluo dire che non trovo giusto censurare aprioristicamente il dissenso ma, ovviamente, c’è modo e modo di esprimerlo. Purtroppo la Scala sta vivendo un tempo nel quale si assiste o ad un pubblico passivo, che sembra andargli bene tutto, o all’isteria di rumorose e offensive forme di contestazione espresse, guarda caso quasi sempre in occasione della prima rappresentazione, in tempi e modalità che ritengo inaccettabili perché aggressive con chi non dello stesso parere e scopertamente di parte. Si dirà ancora oggi, con nomi diversi, la riproposizione di battaglie fra partiti tipo Tebaldi-Callas? Non proprio, credo sia più logico pensare a manifestazioni critiche o deliberatamente contrarie alle scelte programmatiche di titoli e interpreti nonché agli indirizzi gestionali del teatro.

Cosa pensa delle voci di oggi?

Se ne potrebbe parlare per ore. Io trovo il fenomeno puramente vocale sempre più raro.

Ci può fare degli esempi?

Non ho mai sentito una cantante come Birgitte Nielson, era un fenomeno vocale, se lasciamo da parte la Callas che è stata una cantante storica. Per quanto riguarda invece le voci tenorili, Del Monaco, Corelli, erano dei fenomeni acustici, avevano una quantità di decibel e una tranquillità di emissione naturale. L’unica ultima voce tenorile che per quantità e qualità timbrica affascinava di per sé è stata quella di Pavarotti.

Qual è la situazione italiana?

Soprattutto in Italia non esiste più la scuola delle voci che educa i cantanti fin da bambini. Vado indietro mezzo secolo e ricordo che quasi tutti i nostri tenori nascevano e uscivano dalle corali chiesastiche.

Vuole dire che in Italia non ci sono più voci?

Anche se forse in Italia esistono voci, lungi da loro l’idea di rivolgersi all’opera lirica. Non è un caso che siamo invasi da stranieri.

Cosa si chiede oggi all’interprete?

Si chiedono capacità e qualità che una volta non erano necessarie. Avete visto l’ultimo Lohengrin: Kaufmann è un cantante con una voce problematica, ma è stato capace di interpretare quasi cinematograficamente Lohengrin perché è anche attore.

I cantanti devono quindi essere anche bravi attori?

In tutta la storia dell’opera c’è stata la richiesta dei compositori di avere il grande cantante-attore. Verdi si lamentava sempre di non avere i cantanti giusti.

Da Caruso in poi è stata mitizzata la voce stentorea, netta, precisa acusticamente, ammaliante, frutto di una tecnica che non aveva nulla a che fare con le necessità teatrali.

Cosa ne pensa della Callas?

La Callas è stata un’incredibile cantante-attrice con un formidabile carisma. Io alla Callas perdonavo tutto perché aveva un grande coraggio. Aveva una forte potenza drammatica e ha fatto capire cos’era il canto d’agilità che riusciva a essere espressivo.

E adesso cosa altro si richiede ai cantanti?

Adesso si esige che le donne siano belle e affascinanti, e gli uomini almeno decenti.

Il virtuosismo tecnico si è un po’ perso?

No. Il virtuosismo tecnico si presenta laddove è necessario.

Le è piaciuto il Falstaff?

Tutto sommato sì. Mi sono divertito.

Cosa ne pensa di Carsen?

Carsen è un grande regista e sa muovere il palcoscenico in modo meraviglioso. È anche molto musicale, però tende a dare una versione unilaterale dei suoi lavori. Ha impostato una regia di Falstaff di grande coerenza, tra le più divertenti che ho visto. Il Falstaff però non è nato per fare solo ridere. Basterebbe dire che il fatidico gioco finale di Falstaff l’ha svolto come il gioco godereccio di un’opera barocca.

E di Harding?

Harding è molto migliorato. Alla sua età ha già raggiunto una capacità e un controllo dell’orchestra notevole. Dipana dei bei suoni, ha un buon istinto dinamico. Ma è un direttore inglese: mi piacerebbe, e gli auguro, di dare un po’ più di calore e sprazzi, almeno, di fantasia alle sue eleganti esecuzioni.

Lei è una memoria degli Amici del Loggione. da quanto tempo è presidente?

Dal 2005.

Quanto tempo l’ha frequentato prima?

Da 25 anni. Non sono uno dei fondatori.

In questi 15 anni non si è mai candidato un altro presidente?

No, perché credo che non un incarico facile; essere presidente del Loggione richiede una dedizione e una presenza non indifferenti.

Come mai frequenta da così tanto tempo gli Amici del Loggione?

È una risposta molto personale. Possiamo avere in tanti la passione per la musica; per me si unisce alla comunicazione, all’organizzazione di iniziative per gli altri. Lavoravo nel marketing e mi è connaturale dedicare il mio tempo a unire persone e progetti.

Quali sono stati i momenti che l’hanno formata ed emozionata?

Il mio ricordo più forte è quando i miei genitori mi hanno portato alla Scala per la prima volta: era il 1948 e avevo 12 anni. Sono entrato nel Loggione, ho guardato dall’alto il teatro e ho avuto subito una forte commozione. Mi ha comunicato immediatamente il calore e l’odore della musica, ho percepito l’aura del passato. Non è uno scherzo pensare che da lì siano passati Verdi, Rossini… E’ come quando si va a vedere il Cenacolo: io mi sono sempre emozionato nel pensare che lì aveva camminato Leonardo. Quello non è stato il mio primo rapporto con l’opera: i miei genitori la frequentavano e mia madre mi raccontava sempre di quando suo padre l’aveva portata sulla canna della bicicletta da Ferrara a Bologna a vedere il Lohengrin.

Qual è il suo genere musicale preferito?

Io mi considero onnivoro dal punto di vista musicale, non ho una gerarchia dei generi musicali. È un’esagerazione, ma a me piace anche il rumore in attesa del silenzio o viceversa.

Quali sono gli incontri che ha trovato più stimolanti?

Gli incontri che ho trovato più importanti e vivaci sono stati quelli con i compositori: Nono, Stockhausen, Berio, ma anche quelli con gli interpreti che ho conosciuto grazie al Loggione. Ho anche un ricordo, legato a una rappresentazione della Bohème alla Scala: indelebile l’apparizione di De Sabata nella buca dell’orchestra che si avvia claudicante passando fra i leggii verso il podio. E poi ho avuto la fortuna di sentire tutti i direttori d’orchestra cosiddetti storici.

Verdi o Wagner?

Io Verdi ce l’ho nel cuore. Sono nato in una città che è più vicina a Busseto che a Weimar. Ammiro Wagner, ne sono sollecitato culturalmente e, molto, intellettualmente. Ma, oso inserire un ma a proposito di Wagner, non direi di amarlo, penso che quando si ama si accetta tutto, e io di Verdi accetto anche le sue opere prime e considerate minori.

Riproducibile solo citando la fonte: Associazione Amici della Scala di Milano

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